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24/02/2026
In Ateneo

Making HERstory in STEM: la dimensione di genere nelle discipline tecnico-scientifiche

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Da sinistra: il Prorettore Elena Maria Baralis, la Presidente del CUG e Coordinatrice del GReG Alessandra Colombelli e la Direttrice del Centro Studi di Genere Arianna Montorsi

La parità nelle discipline scientifiche non si misura soltanto nel numero di presenze femminili, ma nella capacità delle istituzioni di interrogare i meccanismi che ne condizionano percorsi e riconoscimento. È da questa consapevolezza che è nato Making HERstory in STEM, il momento di confronto per ripensare l’eccellenza, la leadership e il futuro delle discipline tecnico-scientifiche in chiave inclusiva. L’evento, promosso in occasione della Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, si è svolto il 17 febbraio ed è stato organizzato dal Gender Research Group (GReG) e dal Centro Studi di Genere, in collaborazione con il Comitato Unico di Garanzia (CUG) del Politecnico.

Al centro dell’iniziativa, la dimensione di genere sistemicamente oscurata nelle materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics): non per mancanza di competenze o di presenza femminile, ma a causa di meccanismi strutturali che influenzano riconoscimento, rappresentazione e accesso ai ruoli decisionali. Non a caso l’incontro si è svolto nella Sala dedicata a Emma Strada, prima donna laureata in ingegneria in Italia nel 1908 al Politecnico di Torino: uno spazio simbolico che richiama la lunga esclusione delle donne dalle STEM, un ambito storicamente considerato prevalentemente maschile.

L’iniziativa si è aperta con i saluti istituzionali del Prorettore Elena Baralis, della Presidente del CUG e Coordinatrice del GReG Alessandra Colombelli e della Direttrice del Centro Studi di Genere Arianna Montorsi.

Nelle discipline STEM la presenza femminile è significativa, sebbene ancora inferiore rispetto a quella maschile; ciò nonostante, continua a essere meno visibile e meno valorizzata, soprattutto nei ruoli decisionali e apicali, dove il consolidamento della carriera risulta tuttora più complesso rispetto ai colleghi uomini. Questa invisibilità non è episodica: è un fenomeno strutturale, radicato nei criteri di valutazione, nelle pratiche organizzative e nelle aspettative implicite che orientano le carriere. Allora, come si corregge, concretamente, un fenomeno strutturale? A rispondere è Sveva Avveduto, Presidente dell’Associazione “Donne e Scienza” ed Emerita del Consiglio Nazionale delle Ricerche, affermando che per rendere le carriere scientifiche e tecnologiche realmente accessibili e attrattive serve un’azione multilivello: dall’orientamento al reclutamento, dalle condizioni di lavoro alle opportunità di progressione. Incrementare le presenze non è sufficiente: occorre garantire condizioni eque e sostenibili di sviluppo.

Un altro aspetto importante è quello dell’eccellenza in ambito scientifico: a trattarlo è Silvia Penati, docente dell’Università di Milano-Bicocca e Presidente del Working Group TIER (Towards an Inclusive Evaluation of Research) di CoARA, che ha evidenziato come l’accezione tradizionale di eccellenza privilegi ancora modelli associati a tratti stereotipicamente maschili, come forte assertività, competitività marcata, centralità dell’esposizione individuale, penalizzando forme di contributo più collaborative e plurali. Ripensare l’eccellenza in chiave inclusiva significa ampliare i criteri di valutazione, riconoscere la varietà dei contributi scientifici e considerare la diversità come un fattore di qualità, non un’eccezione. Buone pratiche in grado di orientare questo cambio di paradigma includono la formazione sugli unconscious bias, il monitoraggio sistematico dei dati e la promozione di una consapevolezza diffusa all’interno delle istituzioni. 

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Da sinistra: la professoressa Silvia Bodoardo, la Presidente del CUG Alessandra Colombelli e la ricercatrice Marta Tuninetti

È inoltre essenziale riconoscere che il personale accademico non è un osservatore esterno del sistema, ma ne costituisce parte attiva: attraverso le proprie decisioni valutative e organizzative contribuisce concretamente a modellarne cultura, criteri e dinamiche di funzionamento. Proprio in questa responsabilità condivisa si inserisce il tema delle role model – figure di riferimento capaci di ispirare, orientare e rendere concretamente immaginabili determinati percorsi professionali – al centro della tavola rotonda che ha visto la partecipazione della professoressa Silvia Bodoardo del Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia-DISAT e della ricercatrice Marta Tuninetti del Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture-DIATI. Dal confronto è emersa una duplice esigenza: rafforzare la visibilità femminile, ma superando la dimensione puramente simbolica. In altre parole, non bastano figure esemplari da osservare; servono ruoli attivi e consapevoli: le mentori devono poter accompagnare, sostenere e facilitare l’accesso a reti e opportunità, contribuendo in modo concreto alla costruzione dei percorsi professionali. È stato inoltre ribadito un principio di responsabilità collettiva che, dal piano individuale, si estende oltre il perimetro dell’Ateneo e investe la società nel suo insieme: le scelte nella ricerca, nell’innovazione e nella formazione producono effetti che travalicano i confini disciplinari e incidono direttamente sul contesto sociale.

La seconda parte dell’evento ha ospitato un workshop dedicato alla presentazione di progetti di ricerca e di terza missione dell’Ateneo con focus su genere, diversità e inclusione, individuati attraverso un’attività di mappatura curata dal coordinamento del GReG. Questa indagine ha rilevato che attualmente 39 tra ricercatrici e ricercatori, di cui l’82% donne, afferenti a 9 Dipartimenti, risultano attivi su questi temi. In particolare DIGEP (18%) e DAD (18%), seguiti dal DET (15%). I partner di ricerca sono per il 50% altri Atenei, seguiti dalla Pubblica Amministrazione (15%) e da una rete eterogenea di soggetti (14%), tra cui grandi aziende, associazioni, studenti e altre figure accademiche.

A seguire hanno presentato i rispettivi progetti: Federico Caviggioli del DIGEP, Chiara Ravetti del DIGEP, Giulia Evangelista del DIATI, Alessandra Colombelli del DIGEP insieme a Elena Cremonino del DISAT, Mariya Shcherbyna del DIGEP insieme a Margherita Bongiovanni (ED Collezioni Storico-Scientifiche), Francesco Serraino del DIGEP, Arianna Montorsi del DISAT e Greta Temporin del DIGEP, e, infine, Giuseppe Tipaldo del DAUIN.

Nel solco aperto da Emma Strada, la sfida non è celebrare un’eccezione, ma costruire un contesto in cui il talento non sia condizionato dal genere e in cui la complessità della società trovi pieno riconoscimento anche nei luoghi della scienza e della tecnologia.