SIM presenta il nuovo report sugli incubatori e acceleratori italiani
Sono oltre 5mila le startup incubate o accelerate in Italia, capaci di generare complessivamente più di 600 milioni di euro di fatturato: numeri che ribadiscono il ruolo strategico di incubatori e acceleratori nello sviluppo dell’imprenditoria innovativa del Paese. Questi sono alcuni dei dati chiave emersi dal Report 2025 sugli incubatori e acceleratori in Italia, presentato dal team di ricerca Social Innovation Monitor (SIM) insieme alle ricercatrici e ai ricercatori del Dipartimento di Ingegneria Gestionale e della Produzione-DIGEP del Politecnico di Torino.
La presentazione del Report si è tenuta il 28 gennaio e ha visto l’intervento, per i saluti istituzionali, del professore Gianmario Pellegrino con funzioni aggregate alla Vicerettrice per l’Innovazione scientifico-tecnologica in merito al trasferimento tecnologico alle imprese. A seguire hanno preso la parola Paolo Landoni, docente del DIGEP e Direttore della ricerca, e Stefano Richeri, PhD del DIGEP, Vice Direttore della ricerca.
L’evento è proseguito con la tavola rotonda che ha visto la partecipazione di Giorgio Ciron (Direttore di InnovUp), Diyala D’Aveni (CEO di Vento Ventures) e Stefano Molino (Responsabile del Fondo Acceleratori di CDP Venture Capital). I tre relatori hanno animato un confronto sull’evoluzione e sulle prospettive future dell’ecosistema imprenditoriale italiano.
Il Report 2025 è stato realizzato grazie alla collaborazione del main partner InnovUp – l’associazione che dal 2012 rappresenta l’intera filiera dell’innovazione italiana – e con il supporto di PNIcube, Italian Competence Center for Social Innovation (ICCSI), Fondazione Giacomo Brodolini e Social Innovation Teams (SIT).
Dal Report emerge che in Italia operano 203 incubatori e acceleratori, che impiegano complessivamente circa 2.300 dipendenti, confermando il ruolo centrale di queste strutture nello sviluppo economico e nella creazione di lavoro qualificato. La maggiore concentrazione si registra nel Nord-Ovest, con una forte presenza in Lombardia (45 strutture), seguita da Lazio (22), Emilia-Romagna (21), Campania (17) e Toscana (16).
Il settore registra una contrazione superiore al 10% rispetto all’anno precedente, dovuta a un numero di chiusure superiore alle nuove aperture: per la prima volta, lo studio analizza in profondità le cause di questo fenomeno. Come spiega Paolo Landoni, docente del DIGEP e Direttore della ricerca: “Tra le cause principali spiccano le fusioni societarie, il pivoting verso modelli come i Venture Studio e la conclusione di progetti temporanei o non più sostenibili in un mercato sempre più competitivo. In generale, pur rimanendo alcune criticità del nostro ecosistema, la contrazione sembra indicare una ridefinizione e una specializzazione più che una crisi.”
Nel corso del 2024, ogni incubatore ha messo a disposizione in media 2.700 metri quadrati per le attività di incubazione; circa il 60% delle strutture dispone di almeno 400 mq, soglia minima richiesta per la certificazione.
Tra i servizi più diffusi figurano l’accompagnamento manageriale, il supporto allo sviluppo di relazioni e il supporto alla ricerca di finanziamenti, seguiti dall’accesso a spazi fisici e dalla formazione imprenditoriale e manageriale. Per la prima volta, la ricerca ha analizzato anche i servizi necessari al funzionamento degli incubatori stessi, come sottolinea Stefano Richeri, Vice Direttore della ricerca: “Oltre il 93% delle strutture delega attività rilevanti a fornitori esterni. È significativo che più del 63% selezioni i propri partner anche in base all’impatto sociale e ambientale.”
Un’analisi condotta su un campione di oltre 450 startup incubate evidenzia un cambiamento nella struttura organizzativa: il numero medio di dipendenti per startup è sceso da 7 a 4, suggerendo una tendenza verso modelli più snelli e automatizzati. Nonostante ciò, il numero complessivo di addetti stimati supera i 20.300.
Il valore generato dagli incubatori non si limita all’incubazione e accelerazione: l’85% delle strutture svolge anche attività aggiuntive, tra cui partecipazione a progetti e bandi, organizzazione di eventi, consulenza per enti pubblici e imprese, scouting e open innovation.
Come negli anni precedenti, il Report dedica un focus all’impatto sociale e ambientale: quasi il 50% degli incubatori supporta organizzazioni a significativo impatto sociale o ambientale e una quota simile monitora il proprio impatto attraverso metodologie strutturate come BIA (Benefit Impact Assessment), Global Sustainability Model o framework basati sugli SDG e sulla Teoria del Cambiamento.
I settori più rappresentati, per le organizzazioni incubate a significativo impatto sociale o ambientale, sono quelli della salute e del benessere (incluso lo sport) e della protezione dell’ambiente e degli animali, comprendendo anche agricoltura e allevamento.
Infine, un focus è stato dedicato all’inclusività. L’ecosistema degli incubatori italiani ha raggiunto la parità di genere, un traguardo rilevante se confrontato con gli anni precedenti, quando la componente femminile rappresentava poco più di un terzo del personale.