.... il Paese si salva solo con la ricerca, la scuola, la tecnologia, non per far la gara con gli Stati Uniti, ma per non perdere questo livello di benessere".
Il decennio trascorso ha portato non poche disillusioni. Il problema dello sviluppo si è rivelato molto più complesso di quanto non apparisse allora e il futuro è molto meno favorevole di quanto sperassimo.
Le soluzioni proposte all'epoca, cioè concentrazione industriale e progresso tecnologico, si sono dimostrate insufficienti a garantire la consequenzialità tra sviluppo e occupazione, anche se senza il primo non vi può essere la seconda.
Le condizioni di competitività crescente e di globalizzazione dell'economia mondiale da un lato hanno minato la perseguibilità degli obiettivi sociali che il modello Europa proponeva e dall'altro hanno ancor più evidenziato il divario tra l'Italia e i Paesi più avanzati del continente; se il rientro della lira nello SME è un passaggio che allontana il rischio di una definitiva marginalizzazione del nostro Paese, la strada per la sua completa integrazione è ancora impegnativa
Il decennio dell'autonomia
In ambito più strettamente universitario è stata la marcia verso l'autonomia la protagonista di un decennio in cui:
* notevoli sono stati i cambiamenti sul piano legislativo: con un'evoluzione ancora in atto, l'analisi dei risultati di gestione sostituisce il formale controllo preventivo di legittimità
* si è consolidato un processo di differenziazione dell'offerta formativa con l'attivazione del diploma universitario
* si sono introdotti nuovi strumenti di gestione degli organici e del personale.
Malgrado le condizioni al contorno meno favorevoli del previsto, in questo decennio il Politecnico di Torino, in maniera più spiccata della media nazionale, ha saputo trovare le risorse, anche immateriali, anche psicologiche per adeguare il sistema alle mutate condizioni ed esigenze, vivendo il cambiamento con un'attitudine positiva, come una opportunità piuttosto che una costrizione esterna.
Il confronto 1988-1996
Confrontando gli intenti della relazione inaugurale del 1988 con la situazione attuale del Politecnico, potremmo essere ragionevolmente soddisfatti.
La regionalizzazione e l'ampliamento dell'offerta formativa
In questi dieci anni abbiamo conquistato una dimensione di Ateneo su base regionale. Nell'anno accademico 1987/88 il Politecnico offriva ai suoi 12800 studenti, di cui 2.700 immatricolati, 9 corsi di laurea distribuiti su due facoltà nell'unica sede di Torino, pochi corsi seminariali a Vercelli e alcune iniziative decentrate sotto forma di Scuole Dirette a Fini Speciali. Nell'anno che oggi inauguriamo i 23.500 studenti, di cui 4.400 immatricolati, hanno potuto orientare la loro scelta su 2 corsi di laurea e 4 di diploma in architettura presso le due sedi di Torino e Mondovì, 16 corsi di laurea, 14 di diploma e 5 di diploma teledidattico presso le due facoltà di ingegneria nelle sedi di Torino e Vercelli e nelle città di Alessandria, Aosta, Biella, Ivrea e Mondovì. Alla fine degli anni '80 laureavamo mediamente 900 allievi l'anno, nel 1996 conferiremo circa 1.650 lauree e oltre 150 diplomi.
La crescita del personale, del bilancio, degli spazi
Il personale "istituzionale" del Politecnico è cresciuto del 22% ed è destinato ad aumentare di altre 88 unità con l'espletamento dei concorsi di professore di seconda fascia già banditi che porteranno la crescita complessiva del corpo docente al 46%.
Il bilancio, a lira costante, è cresciuto dai circa 121 miliardi del 1988 ai 166 miliardi attuali, con un incremento del 37%.
Sono anche aumentati gli spazi a disposizione dell'Ateneo: siamo, infatti, passati da 118 mila a circa 141 mila metri quadri di superficie nelle sedi metropolitane e abbiamo a disposizione circa 20 mila metri quadri per le sedi decentrate, con un incremento complessivo dell'ordine del 36%.
È certamente rilevante che, pur in un periodo di riduzione delle risorse pubbliche, sia stato possibile assicurare una fase di espansione per il personale e le strutture, peraltro inferiore all'allargamento dei servizi offerti, ma questo non ci ha permesso di avvicinare gli standard europei in termini di metri quadri per studente e docenti-personale tecnico e amministrativo per studente.
L'internazionalizzazione
Nel 1988, i rapporti internazionali, pur vivaci a livello di ricerca, avevano un impatto quasi nullo sulla componente studentesca. Oggi il Politecnico è membro delle principali reti europee di eccellenza, quali CESAER, CLUSTER, Eurometropoles, TIME. Sono in vigore 21 accordi-quadro con Università straniere. Più del 10% degli studenti del V anno è coinvolto da esperienze di studi all'estero nell'ambito ERASMUS/SOCRATES, con punte del 25% nel settore dell'ingegneria dell'informazione. Abbiamo stipulato 34 accordi bi-nazionali, 3 dei quali riguardano i diplomi, per il conseguimento del doppio titolo. In questo modo, lo studente può ottenere sia il titolo italiano, laurea o diploma, sia il titolo estero corrispondente conferitogli dall'Università partner.
Le scelte strategiche
Le realizzazioni che ho citato sono state rese possibili da alcune scelte strategiche di fondo operate dall'Ateneo in questi anni.
Il diploma universitario
Alla base della diversificazione dell'offerta formativa sta la scelta del diploma universitario, che abbiamo perseguito con tenacia:
* co-responsabilizzando il mondo imprenditoriale nella definizione di percorsi formativi nuovi e adatti alle caratteristiche del tessuto produttivo del territorio
* lavorando per essere ammessi a fruire, e ci siamo riusciti, dei Fondi Strutturali europei
* impegnando in maniera massiccia le nostre risorse umane e scientifiche.
Emblematico su questo fronte è il progetto CAMPUS, promosso e predisposto dal Politecnico per conto della Conferenza dei Rettori. In tale progetto sono stati rivisitati sia i curricula sia l'organizzazione didattica dei corsi di diploma, d'intesa con le associazioni imprenditoriali, superando la tradizionale dicotomia aziende-Università, che vedeva le realtà economiche come meri utenti finali o come semplice fonte di finanziamento. Il progetto ha portato, finora, alle Università del Centro-Nord 25 miliardi di lire all'anno per due anni consecutivi.
I diplomi sono ormai avviati, come testimoniano le 1500 immatricolazioni di quest'anno, compresi i diplomi teledidattici, per i quali abbiamo oltre 400 nuove iscrizioni, a testimonianza dell'interesse suscitato dal modello di didattica alternativa proposto dal Consorzio NETTUNO.
La formazione di terzo livello
Non abbiamo trascurato lo sviluppo del terzo livello universitario: le scuole di specializzazione e il dottorato di ricerca, che peraltro soffre di un impianto ancora centralizzato con scarsa disponibilità di posti e di risorse. Attualmente vi sono impegnati oltre 300 allievi: per i loro colleghi dei prossimi anni si sta concretizzando il progetto di una scuola di dottorato del Politecnico cui affidare la realizzazione di standard qualitativi omogenei.
La contribuzione studentesca
La capacità di sostenere sviluppo e innovazione in un contesto recessivo è stata resa possibile anche dall'innesco, ben prima di una legislazione specifica, di un cambiamento radicale di comportamento in tema di contribuzione studentesca. L'introduzione del sistema delle fasce, dapprima riferite al reddito e da due anni anche alla consistenza patrimoniale, oltre a garantire un maggior effetto redistributivo e la possibilità di impostare politiche attive di sostegno alla didattica, ha avuto il merito di qualificare i rapporti interni tra gli organi di governo dell'Ateneo e gli studenti.
Gli studenti hanno partecipato alla decisione di incrementare i contributi a fronte del coinvolgimento su progetti condivisi di miglioramento della qualità della didattica.
I nostri sforzi per trasformare il mero diritto all'iscrizione in un autentico diritto allo studio assicurano ai nostri studenti maggior probabilità di terminare con successo gli studi rispetto alle analoghe facoltà italiane.
Inoltre, con la scelta di ridestinare parzialmente le risorse della contribuzione studentesca, consentiamo il sostegno degli studenti meritevoli provenienti da fasce sociali deboli. Uno studente del triennio in corso, appartenente alla più bassa delle 8 fasce di reddito, versa quest'anno 400.000 lire per l'iscrizione; se il suo merito sarà tale da garantirgli una delle circa 750 collaborazioni part-time messe a bando, ricaverà da questa attività una cifra oscillante tra i 2.2 milioni e i quasi 5 milioni, avendo anche la possibilità di ottenere in seguito il rimborso di quanto versato sulla base degli esami superati. Analogamente uno studente del I anno meritevole ed economicamente svantaggiato può fruire di una borsa di 6 milioni di lire.
Questo sistema rappresenta un esempio di come sia possibile coniugare equità contributiva e sviluppo.
La partecipazione alle scelte strategiche e alla definizione degli obiettivi, la "Mitbestimmung" del modello aziendale tedesco, ben noto al nostro ospite, è stata sin da principio accettata e apprezzata da parte degli studenti. A ciò si può attribuire l'affluenza record alle urne per le elezioni studentesche ormai stabilmente oltre il 30%.
La valutazione
La valutazione è il mezzo principale per garantire che si raggiungano e che si mantengano gli standard qualitativi prefissati. Già nella stesura dello Statuto nel 1991 abbiamo introdotto il Comitato Paritetico per la Didattica, un osservatorio permanente con il quale rilevare e verificare la qualità del servizio didattico vista dalla prospettiva studentesca. I risultati dell'attività del Comitato sono diventati patrimonio comune dell'Ateneo, impegnato, nei suoi organi di governo, nel perseguire una politica formativa mirata a migliorare la qualità in termini di risultati - percentuale di successo, spendibilità del profilo professionale, riduzione dei tempi per il completamento degli studi - a fronte delle risorse impegnate, anche quelle umane, sia da parte dei fornitori, sia da parte dei fruitori della formazione. Politica basata anche sulla differenziazione dell'offerta formativa con la valorizzazione del diploma universitario, politica che non può prescindere dalla disponibilità di strumenti di indirizzamento dell'utenza studentesca in rapporto alle risorse, agli spazi disponibili, agli sbocchi occupazionali.
Sempre in tema di valutazione, l'Ateneo ha adeguato la sua struttura alle necessità legate alla riforma della Pubblica Amministrazione, individuando un Responsabile e istituendo due Nuclei per la valutazione della produttività nella ricerca e della efficacia nella didattica mentre è in via di definizione un terzo nucleo destinato alla valutazione della attività amministrativa e dei servizi. Attraverso l'operato di questi Nuclei, presieduti da esperti esterni, e grazie alla presa di coscienza di tutto il personale del valore fondamentale della valutazione, l'Ateneo mira a raggiungere una "revisione fisiologica permanente" finalizzata a sviluppare qualità.
I rapporti internazionali
Al Politecnico, i rapporti internazionali hanno valenza strategica. Pur essendo ben radicati in Europa, noi formiamo tecnici e futuri dirigenti italiani per un mondo economico e industriale le cui frontiere si stanno allargando, oltre che ai tradizionali mercati, anche a Paesi prima quasi assenti dalla scena. Come i nostri colleghi e concorrenti in Francia, Germania e Gran Bretagna hanno ben capito, formare i quadri dei Paesi emergenti avrà una notevole ricaduta nel futuro, vista la tendenza a scegliere prodotti e a privilegiare i legami con il Paese in cui si è studiato. In quest'ottica, il Politecnico si è aperto verso Paesi dell'Europa Centro Orientale, quali la Romania e la Slovacchia, del Mediterraneo, in particolare la Turchia e l'Egitto, visto il suo ruolo preminente nel mondo arabo, dell'America Latina, in particolare l'Argentina, vista la naturale propensione verso l'Italia e del Sud-Est asiatico, nella fattispecie Singapore. Con i migliori Atenei di questi Paesi abbiamo definito o stiamo studiando percorsi formativi comuni, doppi titoli, contatti più stretti per la ricerca e per la didattica.
In Europa, la Francia gode, per ragioni culturali e di affinità, di una posizione di partner privilegiato. Unica istituzione italiana, ospitiamo gli studenti in ingegneria civile, elettronica e delle telecomunicazioni della prestigiosa Ecole Polytechnique per il loro stage applicativo. Tra pochi giorni accoglieremo la Conférence des Grandes Ecoles che ha scelto il nostro Ateneo come suo punto di riferimento in Italia non solo per gli aspetti accademici, bensì anche per l'interazione con il mondo industriale italiano che potrebbe accogliere studenti francesi per esperienze lavorative.
L'evoluzione del Politecnico
In questo decennio il Politecnico ha subito una profonda trasformazione non solo dal punto di vista delle strutture e dell'organizzazione, ma anche in termini di ruolo nell'ambiente culturale e nella società in generale.
La Facoltà di Architettura sta completando la sua transizione al nuovo ordinamento, coerente con le direttive comunitarie.
Quanto all'ingegneria, viviamo una fase di profonda trasformazione delle sue figure professionali. Come ha ben osservato il prof. Keniston nella sua relazione "La crisi dell'algoritmo degli ingegneri", da puro tecnico, di altissima specializzazione in un settore specifico, l'ingegnere si sta trasformando in un esperto con competenze multidisciplinari. Consci di questa tendenza e dell'importanza delle "humanities" nella formazione dell'ingegnere, abbiamo attivato l'Istituto Superiore di Scienze Umane con lo scopo di coordinare e promuovere formazione e ricerca sulle interfacce che connettono innovazione tecnologica e organizzazione della società e dell'impresa.
Cambia anche il ruolo dell'Università nella società: non si tratta più di essere astratti produttori di cultura, di scienza o di tecnologia, avulsi dal contesto circostante, bensì parte attiva e punto di riferimento. In particolare, il Politecnico può assumere un ruolo importante, insieme agli altri attori istituzionali, economici, sociali e culturali, nel favorire la transizione verso la "societàdell'informazione", in modo che la tecnologia non porti all'esclusione, ma benefici vasti settori della popolazione e verso la "società cognitiva", dove tutti saremo chiamati a un apprendimento continuo.
In questo decennio, il Politecnico è diventato una fucina di nuove idee, un luogo di sperimentazione, un incubatore di nuove iniziative, proprio perché ha saputo sfruttare gli spazi di libertà offerti al confronto e alla discussione, perché non si è rinchiuso in una torre d'avorio mentre la società, l'economia e la cultura cambiavano rapidamente, ma perché ha messo in discussione quelle che fino a poco prima erano certezze.
Contemporaneamente, una serie di fattori esogeni, quali le leggi e le normative, ed endogeni, per esempio la crescita delle attività, le nuove opportunità, la maggior flessibilità, hanno generato un fenomeno di "complessificazione" dei rapporti all'interno del Politecnico. Per questa ragione, è necessario un comune impegno per la semplificazione del processo decisionale interno, anche mediante la revisione di strumenti e di norme che si sono appesantiti nel tempo.
Non posso nascondere le difficoltà che abbiamo incontrato nell'interpretare i segni, troppo spesso contraddittori, dei tempi, nel governare il cambiamento pur garantendo il buon funzionamento dell'esistente, nell'operare come istituzione pubblica in un periodo di scarsa disponibilità di risorse.
Siamo, però, riusciti a sviluppare le capacità dell'Ateneo di porsi in un contesto rinnovato di relazioni culturali, economiche e sociali e a cogliere gli stimoli esterni, trasformandoli, grazie all'attenta opera di indirizzamento del Senato Accademico e di gestione del Consiglio di Amministrazione e delle Facoltà in linee-guida strategiche e operative che ci hanno consentito di indurre un processo continuativo di ristrutturazione per raggiungere obiettivi di competitività e di qualità.
Le sfide future
Il bilancio di questo decennio presenta luci e ombre. Tuttavia, la crisi del modello-Europa e la perdurante arretratezza del sistema-Italia hanno portato a evidenziare alcuni oggettivi fattori di fragilità dell'Università, fattori che possono essere contrastati solo dall'impostazione di una nuova politica, a Roma, ma anche a Bruxelles.
Il nuovo modello di società verso cui tendiamo è la "società cognitiva", che richiede la capacità di creare continuamente nuova conoscenza, ma anche di interpretarla e di diffonderla.
Anche se Edith Cresson, Commissario Europeo per la ricerca, nel suo rapporto individua una molteplicità di "agenti", l'Università mantiene un ruolo fondamentale, sia nella "produzione" della conoscenza mediante la ricerca, sia nel fornire gli strumenti per un'interpretazione critica della stessa, sia, infine, per la sua diffusione mediante la formazione.
Questo accesso nel tempo alla conoscenza mediante la formazione continua è anche l'attuale frontiera della lotta alla disoccupazione. Cito dal rapporto Cresson:
"... i paesi europei non hanno oggi altra scelta. Se vogliono mantenere il loro livello e continuare a essere un riferimento mondiale, devono ... investire sostanzialmente in conoscenza."
L'Università è ricca di risorse umane come poche altre istituzioni, ma vi sono le condizioni perché tali potenzialità possano esprimersi appieno?
L'Europa e l'Università
Consideriamo l'aspetto della creazione della conoscenza che è strettamente legata alla ricerca. Oggi, nelle politiche comunitarie, vi è un'ossessiva enfasi sulle attività di ricerca che hanno un'immediata ricaduta industriale, trascurando sempre più la ricerca a ricaduta differita. Senza un sostanziale cambiamento di tendenza, senza una scelta di investire oggi non per fare ciò che anche gli altri già fanno, ma per essere leader domani, l'Europa non farà che incrementare il suo ritardo rispetto a Stati Uniti e Giappone.
Il mio auspicio è che il Governo si faccia interprete di questa necessità presso la Commissione Europea o, quantomeno, rispettando il principio di sussidiarietà, promuova un riequilibrio a livello nazionale, pur nelle attuali difficoltà di bilancio, mediante un incremento delle risorse finanziarie per la ricerca a ricaduta differita.
L'Italia e l'Università
L'Università italiana sconta anche i cronici ritardi del nostro Paese. Diamo atto al Governo dell'impegno con cui persegue la riapertura dei cantieri delle grandi opere pubbliche. Certamente, autostrade e ferrovie riducono le distanze fisiche e le infrastrutture di telecomunicazioni le virtualizzano addirittura, cionondimeno non diminuiscono il divario nella produzione, analisi e diffusione della conoscenza tra noi e i nostri partner e concorrenti. La società cognitiva richiede "infrastrutture del sapere", cioè un sistema reticolare di apprendimento in continua evoluzione che garantisca ai giovani e ai meno giovani la formazione richiesta da una società complessa e li doti degli strumenti per acquisirla in maniera critica e aggiornarla. I nodi di questa rete sono naturalmente le Università, dove, oltre le conoscenze e le competenze specifiche, si concentrano anche le capacità critiche in grado di neutralizzare il rischio di una società autistica, dove la moltitudine dei produttori di informazione non trova riscontro nella capacità di valutare il dato e di farne un uso significativo.
Per creare "infrastrutture del sapere" ci vogliono risorse, messe a disposizione dal sistema-Paese. Malgrado gli sforzi su base volontaristica, da sola nemmeno una struttura formativa e di ricerca dinamica come il Politecnico riuscirà a competere con le altre realtà. Se guardiamo ai finanziamenti, il confronto con i nostri partner europei è impari, visto che le risorse disponibili per ogni nostro studente sono almeno di 3-4 volte inferiori alle loro.
Un altro messaggio al Presidente del Consiglio è l'invito a rivedere l'attuale destinazione della spesa pubblica, con un particolare riguardo alle esigenze dell'Università. Un primo obiettivo potrebbe essere il dimezzamento del divario tra l'Italia e i suoi partner europei in termini di percentuale del prodotto interno lordo destinato all'Università.
Un ulteriore messaggio riguarda l'autonomia didattica: è impensabile attendere anni per vedere riconosciuti a livello centrale nuovi percorsi formativi. È necessario un impegno del Governo per raggiungere in tempi brevi l'autonomia didattica degli Atenei per rendere ancor più flessibile la loro offerta e potenziarne la competitività a livello nazionale e internazionale.
Un altro aspetto centrale nella gestione dell'Università riguarda il governo della risorsa personale. Oggi, ogni nuova iniziativa implica l'assunzione di impegni di spesa per il personale a tempo indeterminato: è questa la sostanziale differenza tra il nostro sistema universitario e quelli dei Paesi con i quali ci confrontiamo. In questi Paesi gli "istituzionali" rappresentano circa il 20% del corpo docente, cioè per ogni posto "istituzionale" ve ne sono 4 a contratto. In Italia abbiamo sostanzialmente solo posizioni istituzionali. Il risultato di questo schema rigido è un'Università che fatica ad adeguare la sua offerta alle necessità di una società in evoluzione. Auspico che il Governo, come annunciato dal Ministro Berlinguer, incrementi la flessibilità di gestione mediante la possibilità di stipulare contratti di docenza temporanei. Anche per quanto concerne il personale tecnico-amministrativo, è forte l'esigenza di maggior flessibilità, soprattutto in relazione ai meccanismi di progressione di carriera: la strada imboccata con il contratto, sottoscritto lo scorso maggio, ha aperto spiragli in questa direzione.
L'Università in Piemonte
Vorrei richiamare all'attenzione del Presidente del Consiglio la "questione universitaria" in Piemonte, che riguarda sia il Politecnico, sia l'Università. Se i dati fino ad ora introdotti disegnano un Politecnico impegnato nell'adeguarsi alle mutazioni del contesto, gli indicatori sulle strutture universitarie regionali risultano insoddisfacenti e preoccupanti. Un attento impegno nelle sedi decisionali ha fatto sì che, sugli incrementi di risorse, la percentuale destinata al Piemonte abbia raggiunto livelli equi. Purtroppo, partendo da una situazione svantaggiata rispetto ad altre regioni, non siamo riusciti a colmare il divario, ma soltanto a impedire che si allargasse ulteriormente. Senza un intervento del Governo, non si potranno creare nella nostra regione "infrastrutture del sapere".
Da parte nostra, ci impegniamo a ricercare le sinergie con l'Università per presentare gli Atenei torinesi come un unico interlocutore agli enti locali, nazionali ed europei nell'ambito di politiche congiunte per la cooperazione in campi quali lo sviluppo e il diritto allo studio.
Lo sviluppo del Politecnico
Il nostro obiettivo più immediato è l'adeguamento delle strutture edili del Politecnico. Lo scorso anno, in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Accademico, presente il Presidente della Repubblica, avevo esposto le nostre difficoltà a chiudere la questione relativa alla disponibilità delle aree necessarie allo sviluppo edilizio, nonostante l'impegno determinato e continuo profuso nell'arco di un decennio.
Il 30 luglio di quest'anno abbiamo perfezionato ufficialmente un'intesa definitiva con le Ferrovie dello Stato e il Comune di Torino che prevede la cessione delle aree ex Officine Grandi Riparazioni, al momento della firma di una convenzione risolutiva di tutti i complessi problemi collegati alla cessione medesima, che doveva essere siglata entro il 30 settembre. Ora ci è stato annunciato che la stipula avverrà entro poche settimane.
Nei giorni scorsi abbiamo definito con il Presidente della Giunta Regionale, il Presidente della Provincia e il Sindaco di Torino modi e linee di azione per giungere in tempi brevi a un accordo di programma che sia in grado di sostenere il reperimento delle risorse finanziarie necessarie alla realizzazione del 1° lotto del progetto, in modo da consentire l'appalto entro il prossimo anno.
Realizzazioni delle dimensioni del progetto raddoppio, 170.000 mq, si collocano necessariamente nel quadro di interventi nazionali: ci aspettiamo dal Governo un fattivo interessamento per finanziare l'opera, coerentemente con il dovuto impegno per la creazione di quelle "infrastrutture del sapere" che sono indispensabili al sistema-Paese.
Conclusioni
Avviandomi alla conclusione, desidero indirizzare un commosso pensiero a chi purtroppo ci ha definitivamente lasciato: i signori Carmelo Caruso e Paolo Impavido, i professori Placido Cicala, Carlo Ferrari e Ottorino Rosati.
Colgo quest'occasione per manifestare la profonda riconoscenza, mia personale e dell'Ateneo, a tutti coloro i quali hanno collaborato in modo partecipe e solidale alle molteplici attività quotidiane e di sviluppo del Politecnico, manifestando con ciò un alto senso di appartenenza.
Desidero esprimere il mio ringraziamento a quanti hanno terminato l'anno passato la loro esperienza lavorativa presso l'Ateneo e i miei fervidi auguri a quanti l'hanno iniziata.
Ho il piacere di annunciare che il Presidente della Repubblica ha conferito il Diploma di I classe ai professori Vera Comoli Mandracci, Pro Rettore, e Piero Appendino, Preside della I Facoltà di Ingegneria, per la loro intensa attività profusa a vantaggio della collettività nazionale e per la dedizione con cui hanno sempre perseguito il progresso culturale e scientifico del nostro Paese.
Mi congratulo con il prof. Sebastiano Pelizza per essere stato insignito del titolo di dottore honoris causa del Politecnico di Bucarest per la sua attività scientifica nel settore delle gallerie e dello spazio sotterraneo.
Mi congratulo con Davide Capotosto, vincitore della borsa di studio in memoria di Giovanni Quirico e con Luigi Carano e Giorgio Politano, vincitori, rispettivamente, dei premi di Laurea in memoria di Antonio Bertolotti e Concetto Arena.
Un augurio particolare al prof. Bertolino, neo-eletto Rettore dell'Università di Torino, nella certezza che sapremo consolidare sempre più strette intese tra gli Atenei torinesi.
Il nostro Paese cerca di rimanere tra i leader in Europa, la nostra Città sta consolidando la sua vocazione di punto di riferimento per la formazione e la tecnologia, spero confermata dalla scelta di Torino come sede dell'authority per le telecomunicazioni. Il Politecnico ha fatto e farà la sua parte nel promuovere il cambiamento, talora anticipandolo, verso la futura società cognitiva, dove il nostro ruolo di Ateneo al crocevia tra cultura, formazione, scienza e tecnologia non può che essere determinante. Cito dall'intervento del 1988 del Presidente del Consiglio:
"Nella quantità, nella qualità e nella diffusione della conoscenza si evidenzierà la vera differenza tra un paese progredito e democratico e un paese arretrato, perché non avremo solo migliaia, ma milioni di protagonisti."
Perché il nostro Ateneo e il sistema-Università nel suo complesso siano in grado di reggere la sfida imposta dal mutato contesto, è necessario che il Paese prenda coscienza del ruolo altamente strategico della sua Università e che il Governo operi di conseguenza.
Questo sarà per noi di vivo stimolo nel perseguire il cammino verso gli obiettivi che ci siamo prefissi al fine di mantenere alto il ruolo del Politecnico in Italia e in Europa.
Augurando un proficuo lavoro a tutti gli operatori e in particolare agli studenti, destinatari ultimi del nostro comune impegno, dichiaro ufficialmente aperto l'Anno Accademico 1996/97, 137o dalla fondazione della Scuola da cui il Politecnico ha tratto origine.