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INAUGURAZIONI A.A.1996/97 Relazione del Rettore | Indirizzo di saluto degli studenti | Prolusione su "Verso la città-rete del III millennio"
PROLUSIONE DEL PROF. GIUSEPPE DEMATTEIS, ORDINARIO DI GEOGRAFIA URBANA E REGIONALE, SUL TEMA: "VERSO LA CITTÀ-RETE DEL III MILLENNIO"
 

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Onorevole Presidente del Consiglio, Eminenza, Autorità, Colleghi, Studenti, Signori e Signore,

L'argomento che mi accingo a trattare è molto complesso: basta pensare che tra le ricerche finanziate dall'Unione Europea almeno una trentina interessano questo tema nei suoi diversi aspetti: tecnici, organizzativi, economici, sociali, istituzionali. Per evitare una trattazione troppo generica esaminerò l'argomento da un punto di vista particolare, che consiste nell'interrogare i recenti cambiamenti della forma spaziale - fisica e funzionale - del fenomeno urbano per indagare i processi in atto e immaginarne gli sviluppi. Ragionando in questa prospettiva spaziale articolerò il mio discorso in quattro tesi.

La prima tesi è che oggi la città non è più quella che la maggior parte di noi continua a figurarsi che sia, anche se le sue trasformazioni fisiche recenti si possono considerare come uno sviluppo del suo modello originario. Mi riferisco al modello della polis greca, così come deriva dalla riforma democratica di Clistene e successivamente viene tradotto in piani urbanistici da Ippodamo di Mileto e teorizzato da Platone. Tra le altre cose Platone nelle Leggi prova a immaginare un'organizzazione dello spazio urbano conforme al principio di uguaglianza (isonomia) dei cittadini. Poiché il fondamento di tale eguaglianza era allora il possesso fondiario, il modello platonico di città si estende all'intero territorio, sul quale ogni cittadino dovrà avere due lotti di terra, situati in modo tale che la somma della loro distanza dal centro sia costante, cioè eguale per tutti.

Questo esperimento mentale di Platone ci interessa perché rivela una verità originaria, che la storia successiva e il senso comune che essa ha sedimentato, hanno finito in parte per occultare, mentre oggi si ripropone nei fatti. Ed è che la città occidentale non può essere pensata come un corpo separato dal resto del territorio, anche quando il suo aspetto visivo ci indurrebbe a pensarlo.

Mentre ad esempio l'iconografia medievale ci presenta la città come un ammasso compatto di edifici chiusi da una cerchia di mura (e questa sarà ancora la definizione di città che troviamo nell'Encyclopedie di Diderot e D'Alambert), Giovanni Villani nel 1350 riconosce che fuori di Firenze "han casino" i nobili e i borghesi della città, fin agli "artieri più vili", così che attorno alle sue mura si estendono "sei miglia di abituri ricchi e nobili che recandoli insieme due Firenze avrebbero fatto".

All'inizio del nostro secolo, mentre Max Weber riteneva ancora valida la definizione di città come "insediamento agglomerato" e "circoscritto", Simmel, che nella metropoli moderna vedeva già all'opera ciò che oggi chiamiamo "globalizzazione", scriveva: "una città consiste dei suoi effetti totali che si estendono al di là dei suoi confini immediati. Soltanto questa sfera è l'estensione effettiva della città ...".

Qualcosa del genere, ma in senso più ristretto e tradizionale aveva già affermato Carlo Cattaneo a metà Ottocento, quando assumeva a "principio ideale delle istorie italiane" il fatto che ogni città formasse col suo territorio un "corpo inseparabile". Ma nell'immaginario di Cattaneo la città rimaneva il nucleo centrale e ben distinto di una cellula territoriale, che giustapposta a tante altre simili formava l'Italia delle "cento città".

Oggi l'integrazione e direi quasi la confusione tra città e territorio è diventata un fatto evidente a cui la cartografia tradizionale, abituata a rappresentare le città con cerchietti o con areole compatte, si sta arrendendo.

Ecco come si presenta l'urbanizzazione in Italia secondo il telerilevamento da satellite che l'ISTAT ha usato nell'ultimo censimento della popolazione (1991).

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Italia. Le aree urbanizzate al 1991

Le "cento città" di Cattaneo sono ormai mal distinguibili all'interno dei tessuti insediativi diffusi e reticolari che le avvolgono e rendono irriconoscibili gli antichi confini. Se poi passiamo ai raggi X dell'analisi funzionale queste nuove forme dell'urbano, ci accorgiamo che l'incertezza non riguarda solo i confini, ma la stessa individuazione dei centri e delle loro gerarchie.

Se prendiamo ad esempio la zona a Nord di Milano,

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La "città diffusa" a Nord di Milano (da Boeri, Lanzani e Marini, 1993)

dove questo processo ha raggiunto livelli paragonabili a quelli dell'Europa renana o del Randstad olandese, vediamo che a una morfologia dell'insediamento di questo tipo corrisponde un sistema di connessioni funzionali (qui esemplificato dalla gravitazione per servizi tra i principali comuni) dove, se si esclude Milano, alla tradizionale gravitazione a stella e ad albero dei centri minori sulle città maggiori si sostituisce un tessuto connettivo continuo.

Ciò sta ad indicare che quelle attività dette "centrali", perché fin a poco tempo fa si situavano esclusivamente nelle parti centrali delle nostre città - attività come commerci specializzati, uffici, grandi alberghi, centri fieristici e simili - ora si ridistribuiscono anche tra i centri minori o addirittura in nuovi nuclei sparsi per la campagna, seguendo le innervature e i nodi delle grandi infrastrutture dei trasporti e delle comunicazioni.

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Piemonte e Lombardia: Connessioni funzionali tra i centri in base alla gravitazione per servizi (da Emanuel 1990)

È come se i vecchi centri esplodessero, si frantumassero in tanti pezzi sparsi su un vasto territorio, pur mantenendo tra loro forti interdipendenze e creandone di nuove con l'esterno. Perciò la letteratura specialistica non parla più di città ma di sistemi territoriali urbani di diversa ampiezza o di regioni funzionali urbane che coprono l'intero territorio. Ad esempio in Italia l'ISTAT e l'IRPET, sulla base dell'ultimo censimento hanno aggregato gli 8104 comuni italiani in 784 sistemi urbani di questo tipo.

La geografia urbana ha dovuto negli ultimi vent'anni inventare varie parole nuove per descrivere questa dilatazione all'intero territorio di quelle che prima erano le maglie serrate del tessuto urbano compatto. Si è parlato così di contro-urbanizzazione, di peri-urbanizzazione, di città diffusa o reticolare, di centri di margine (edge cities) ecc. Sono termini che in qualche modo negano le immagini di città che la tradizione ci ha consegnato, ma che al tempo stesso ci dicono che quell'integrazione tra polis e chora già immaginata dagli Ateniesi del VI e V secolo a.C. sta guadagnando l'intero pianeta.

Ciò era già stato anticipato da un altro greco, nostro contemporaneo, D. Dioxadis con l'immagine dell'ecumenopolis qui riprodotta.

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L'ecumenopoli di D. Dioxiadis

Essa è confermata dalle statistiche più recenti delle N.U. secondo le quali, nei paesi sviluppati del Nord del mondo circa l'80% della popolazione vive in insediamenti urbani mentre nel Sud del mondo dove siamo ora intorno al 45%, si arriverà al 60% verso il 2025.

Dobbiamo allora concludere che i mutamenti della forma urbana sono soltanto estensioni quantitative di una specie di struttura modulare invariante nei millenni? Probabilmente no, perché in questo fine di secolo sta capitando qualcosa che è difficile far rientrare nel modello originario della città occidentale. E questa è la seconda tesi che intendo sviluppare: l'espandersi della città sull'intero territorio si accompagna a una crescita esponenziale delle relazioni di lungo raggio che ogni frammento di territorio urbano intrattiene con altri analoghi frammenti sparsi per il pianeta, indipendentemente dalla distanza fisica che li separa. In altre parole: l'ecumenopolis di Doxiadis non è solo una catena continua di interconnessioni che si estende a tutto il pianeta, ma è anche una rete iperconnessa, in cui ogni nodo è virtualmente prossimo ad ogni altro, in uno spazio non più euclideo, dove ad esempio le piazze finanziarie di Wall Street e della City di Londra pur essendo separate dall'oceano, sono di fatto contigue, mentre restano lontanissime da altri luoghi fisicamente vicini, come i ghetti neri di Manhattan o i quartieri poveri di Lewisham a Londra.

Si tratta di una rete in cui i trasporti veloci e soprattutto le telecomunicazioni sono tramite di relazioni negoziali, cooperative, istituzionali, che generano flussi di informazioni, di immagini, di investimenti, di beni e servizi, di persone, di innovazioni tecnologiche, organizzative e culturali: legami in gran parte invisibili, destinati però a modificare profondamente la forma visibile della città e la vita dei suoi abitanti.

Anche in passato città lontane tra loro potevano avere legami preferenziali. Jean Gottman ha parlato di reti a proposito delle colonie mediterranee greche e fenicie. Hohenberg e Lees hanno riconosciuto nella rete di alcune città europee la struttura portante dei traffici transcontinentali medievali. Ma oggi il modello della città-rete non condizionato dalla distanza si è generalizzato perché - ed è questa la grande differenza col passato - le reti dei flussi e delle relazioni globali, pur concentrando i loro nodi nelle città, hanno ormai un'esistenza e un'organizzazione autonoma, costituiscono cioè sistemi trans-territoriali, da cui i singoli sistemi urbani dipendono. Le città contemporanee sono diventate i luoghi in cui reti tendenzialmente planetarie, di varia natura - dalle reti tecniche dei trasporti e delle telecomunicazioni, alle imprese-rete transnazionali, alle reti della ricerca, dei media, dei mercati finanziari ecc. - concentrano i loro "nodi" per ottenere connessioni e sinergie reciproche.

In passato, quando la città veniva prima della rete, la si poteva pensare come un'entità a sé stante, con un corpo fisico ben definito (l'urbs dei latini) sede di una società locale (la civitas dei latini), dotata di una sua identità e quindi per sua natura capace di agire come un soggetto collettivo. Oggi questa rappresentazione personificata della città non è più realistica. La frammentazione fisica, funzionale, sociale ed etnico-culturale che caratterizza, per i motivi che ho detto, tutti i sistemi urbani, anche quelli minori, non ci permette più di pensare la città come un'entità fisica e sociale di per sé unitaria.

D'altra parte non possiamo rinunciare all'idea che le città, per quanto la loro struttura sia cambiata, possano continuare a comportarsi come attori collettivi: anche perché gli stessi processi di globalizzazione dell'economia, della politica e della cultura che mettono in crisi l'identità urbana, indeboliscono, com'è noto, attori politico-territoriali ancor più forti, come gli stati nazionali, mentre la proiezione internazionale di attori istituzionali intermedi come le regioni, rimane limitata. Viceversa il protagonismo recente delle città, anche al di là delle loro competenze istituzionali, sovente inadeguate, è ben noto. Ciò significa che, sebbene l'identità urbana non sia garantita dalla semplice coesistenza di più attori che operano come "nodi" di reti sovralocali diverse, tale identità può tuttavia essere costruita attraverso l'interconnessione di questi "nodi" all'interno di un milieu locale attivo.


E questa è anche la mia terza tesi, che molto sinteticamente si può così formulare: la coesione e l'identità urbana si costruiscono come risposta ai processi di globalizzazione che sembrano destinati a distruggerla.

Per capire questo apparente paradosso occorre pensare la città come rete non solo a livello globale, ma anche a livello locale. A questo livello, come ci insegnano antropologi e sociologi, la città si presenta come una rete sociale, cioè come una catena di relazioni più o meno forti che legano tra loro i soggetti individuali e collettivi attivi nella città stessa: dai soggetti locali che ci vivono a quelli che operano in essa ma che fanno parte anche di reti sovra-locali. E tra questi ultimi rientrano i "nodi" delle reti globali che ho già ricordato.

Che cosa spinge soggetti tanto eterogenei e appartenenti a mondi così diversi a connettersi tra loro? Ci sono dei fattori molto generali, che operano allo stesso modo dappertutto, come la socialità umana, le economie di agglomerazione, le sinergie attivabili grazie alla vicinanza ecc. Ma questi non spiegano ancora perché reti e flussi globali convergano e si concentrino non a caso, ma proprio intorno a città che esistono da secoli e sovente da millenni. Questa inerzia degli attrattori territoriali urbani in un mondo come il nostro, dove tutto il resto è estremamente mobile, non può spiegarsi se non ipotizzando la presenza di particolari condizioni favorevoli, proprie di questi luoghi. A questo insieme di fattori viene dato il nome di milieu urbano. Si tratta di un complesso di condizioni talvolta naturali, ma più sovente prodotte nel lungo periodo storico, come infrastrutture, patrimonio architettonico e artistico, tradizioni culturali, istituzioni locali ecc., cioè un insieme di risorse potenziali localizzate, che obbligano chi le vuole utilizzare a localizzarsi anch'egli là dove esse si trovano.

Il milieu urbano è dunque al tempo stesso ancoraggio per le reti globali, che vedono in esso le condizioni migliori per il funzionamento dei loro "nodi", e cemento che lega questi "nodi" con gli altri soggetti locali. Le reti sociali che ne derivano funzionano quindi da interfaccia tra le risorse potenziali proprie di ogni milieu urbano e le reti globali, in cui vengono immessi e circolano valori prodotti attingendo a tali specifiche risorse.

Non vorrei però che la mia descrizione del rapporto tra reti globali e sistemi urbani locali faccia pensare a un meccanismo automatico che, in presenza di certe condizioni e di certi input, fornisce automaticamente certi output. Non è così. Se vogliamo paragonare la città a una macchina dobbiamo pensare alle macchine non banali di von Foerster, quelle che ad esempio dati solo 4 input e 4 output presentano 102466 configurazioni possibili. Non solo, ma i sistemi urbani nella loro interazione con i sistemi a rete globali presentano analogie con quelli che i biologi Maturana e Varela chiamano sistemi autopoietici, sistemi che non rispondono agli stimoli esterni adattandosi ad essi, ma che li selezionano in base alle risposte che la loro organizzazione interna è capace di dare.

Vista in questi termini l'interazione tra i sistemi urbani locali e quelli a rete globali non è né garantita, né pacifica, né facilmente prevedibile nei suoi esiti, in quanto questi dipendono da stati interni che sono i sistemi stessi a produrre in base a principi auto-organizzativi diversi caso per caso, non deducibili da leggi generali.

Letti in questa chiave i gravi problemi di marginalità, devianza, esclusione, presenti nelle nostre città, prima che mali da curare ci appaiono come mali che è possibile prevenire se la costruzione della città come attore collettivo riesce ad aggregare, anche dialetticamente, tutte le componenti sociali e le risorse umane presenti.

L'identità di città che sono aggregati di soggetti appartenenti contemporaneamente al sistema locale e a sistemi a rete diversi (soggetti che quindi hanno più di un'identità), non può più essere data dal radicamento locale dei soggetti, dal semplice senso di appartenenza a un milieu inteso come un patrimonio da conservare. A questa concezione passiva dell'identità e del milieu urbano se ne va ora sostituendo una attiva, in cui il patrimonio culturale della città diventa un capitale da investire in progetti di trasformazione della città stessa, come risposta alle sfide globali, mentre l'identità da semplice senso di appartenenza diventa operatore attivo di connessioni tra soggetti per l'inserimento della città nel grande gioco delle reti globali. È così che i sistemi territoriali urbani possono continuare ad essere attori collettivi mettendo a frutto e riproducendo le risorse ereditate dal passato.

Perciò là dove l'identità urbana diventa costruzione attiva, le spinte globali non producono omologazione ma al contrario rafforzano le identità e le specificità locali. È infatti per rispondere a queste spinte che i sistemi urbani sono portati a selezionare al loro interno particolari vocazioni, capaci di tradursi in vantaggi competitivi.

Visti dall'esterno, cioè dal punto di vista delle reti globali, identità e vantaggi competitivi urbani si presentano come una diversificazione delle opportunità offerte a investitori, produttori di beni e servizi, consumatori, visitatori, potenziali residenti, operatori culturali ecc., cioè a tutti quei soggetti esterni che sono anche "nodi" di reti globali, in cerca dei milieu più adatti alle loro specifiche esigenze e senza i quali essi e le reti di cui fanno parte non potrebbero funzionare e neppure esistere.

Ma stiamo attenti a non ridurre l'immagine della città a quella di una semplice macchina competitiva o growth machine come dicono certi autori americani. Esistono valori di socialità, solidarietà, cultura, qualità della vita, che meritano di essere perseguiti per sè stessi e non solo per i vantaggi competitivi, che ne possono derivare. Inoltre la competizione tra città non esclude, anzi sovente stimola la cooperazione. Basti pensare che l'Unione Europea finanzia attualmente 36 reti di cooperazione transnazionale a cui partecipano le città, per far fronte ai più vari problemi: ambiente, energia, riqualificazione urbana, trasferimenti tecnologici, esclusione sociale, turismo ecc.


A questo punto il mio discorso si avvia alla conclusione. Se ciò che chiamiamo città ha subito le mutazioni che ho cercato brevemente di illustrare, quali saranno le conseguenze sul modo di costruirle e di governarle? Arrivo così alla tesi conclusiva; la città come nodo di reti globali, quale si presenta alla soglia del III millennio, è una costruzione complessa, al tempo stesso retorica, tecnica, estetica e, ovviamente, politica.

Cercherò di illustrare brevemente queste quattro componenti. Per costruzione retorica intendo una rappresentazione finalizzata a un progetto. All'inizio dei suoi Essais Montaigne ci ricorda una grande verità, che stranamente tendiamo a ignorare. Gli esseri umani, dice, "sono tormentati dalle opinioni che hanno delle cose, non dalle cose stesse". È quindi anzitutto dall'immagine che ci facciamo della città che derivano le nostre valutazioni, perciò il nostro agire e, in definitiva, la città stessa.

Questo l'ha capito molto bene quella nuova disciplina pratica che è il marketing urbano e che, nella sua forma più completa ha due facce: una rivolta all'esterno e una rivolta all'interno della città. Quella rivolta all'esterno è la più nota, ma se si limitasse ad essa il marketing urbano sarebbe solo promozione pubblicitaria. Se invece colleghiamo l'immagine destinata ad attrarre soggetti esterni all'immagine interna, capace di comunicare ai soggetti interni i contenuti di un comune progetto, il marketing urbano si presenta come un potente mezzo di costruzione di identità nel senso che ho già ricordato, cioè di connessione di attori in reti sociali tanto più estese e coese quanto più l'immagine della città riesce a rappresentare gli interessi e le attese di tutti i soggetti che vivono e operano nella città stessa.

Qui la retorica cessa di essere semplice artificio persuasivo per diventare conoscenza. In particolare conoscenza di quelle componenti soggettive necessarie per fondare il progetto urbano su una realtà che pur essendo invisibile, non è meno importante di quella visibile e oggettivabile nelle cose che si vedono e che si toccano. Su questo principio si basa una delle più recenti forme di urbanistica partecipata, il visioning (il termine deriva dalla fusione delle parole vision e planning), che consiste nel far compiere ai soggetti interessati un esercizio di immaginazione del loro futuro che porta a una più approfondita conoscenza della realtà e delle esigenze da soddisfare.

Lungo questo cammino sono decisivi i contributi della sociologia e dell'antropologia urbana, quelli delle scienze cognitive e quelli più tecnici delle rappresentazioni grafiche computerizzate, che permettono di passeggiare dentro modelli virtuali tridimensionali di città.

Sulla costruzione tecnica della città, parlando in una sede come questa, tralascerò gli aspetti più noti del problema: dall'ingegneria civile alla progettazione di sistemi di controllo e gestione del traffico, dall'urbanistica al monitoraggio e alla pianificazione ambientale, passando per una quantità di specializzazioni tutte oggi necessarie perché la città possa operare al tempo stesso come rete di connessioni interne e come nodo complesso di relazioni con l'esterno

Mi limito qui a segnalare il problema del costante ritardo - particolarmente grave nel nostro paese - dell'adeguamento delle infrastrutture alle esigenze di trasformazione urbana, con particolare riguardo a interventi decisivi come i cablaggi, i nodi intermodali, gli aeroporti, l'alta velocità ferroviaria (almeno per quanto essa è compatibile con le caratteristiche del nostro territorio). Certo questo problema ha una componente politica da non trascurare, ma esso richiede anche competenze tecniche non indifferenti sia nella produzione e installazione dei manufatti, sia nella gestione e nella tempistica di tali interventi, che coinvolgono sempre una pluralità di soggetti pubblici e privati, locali e sovra-locali. Ciò richiede una sempre maggior attenzione alle caratteristiche e alle esigenze ambientali, paesistiche ed economico-sociali proprie dei diversi contesti urbani. Più in generale si può parlare di un'esigenza di interconnessione tra reti tecniche infrastrutturali, reti funzionali e reti sociali locali, che dovrebbe riguardare tutte le fasi del processo, dalla progettazione all'esecuzione, alla gestione delle infrastrutture e dei loro nodi, attorno ai quali cresce la città del futuro.

La città come costruzione estetica è di nuovo un tema ovvio in un ateneo come il nostro, con una facoltà di architettura che in questo campo è affermata a livello internazionale. Mi limito a sottolineare come la messa in forma architettonica e la qualità estetica del progetto urbano sia una componente essenziale della creazione e della comunicazione dell'immagine sia esterna che interna della città: dunque una risorsa per la costruzione della sua identità. Ma certo non si limita a questo: l'estetica urbana ha una sua autonomia che precede la comunicazione e si pone sul piano dell'espressione dell'identità stessa, cioè a quel livello dove, ci dice Paul Klee, "un mistero plana sulla molteplicità dei significati e la luce dell'intelletto si spegne pietosamente".

Sulla città come costruzione politica l'agenda sarebbe particolarmente affollata, specie con riferimento ai progetti e alle discussioni in corso da noi, come in altri paesi, sul ridisegno territoriale dei pubblici poteri. I punti d'incontro tra le trasformazioni che ho illustrato e gli orientamenti oggi prevalenti riguardano ovviamente la città come attore collettivo.

La chiave di volta di questa costruzione che consiste, come ho detto, nel connettere tra loro soggetti diversi, ha come premessa la capacità auto-organizzativa dei sistemi urbani locali. Sul piano giuridico ciò corrisponde all'affermarsi ai vari livelli, da quello Europeo a quello municipale, del principio di sussidiarietà, che in breve vuol dire che quello che può essere convenientemente deciso a un certo livello non deve essere deciso a un livello superiore. Questo, che oggi ci appare quasi ovvio, in realtà sconvolge l' architettura amministrativa territoriale di tipo gerarchico e la riorganizza anch'essa per reti, in un sistema più flessibile di relazioni orizzontali e verticali a geometria variabile, che consentono concertazioni e negoziazioni tra soggetti istituzionali pubblici e privati, le cui competenze e i cui interessi si situano a diversi livelli territoriali. Vanno già in questa direzione i piani strategici, i piani strutturali, gli accordi di programma, le conferenze di servizi, i patti territoriali, per citare alcuni recenti istituti che portano alla formazione di reti locali di soggetti.

Ovviamente la costruzione di queste reti attorno a progetti di trasformazione, qualificazione e sviluppo urbano devono comporre interessi conflittuali tanto più numerosi quanto più si cerca di non escludere soggetti portatori di interessi e di istanze culturali diverse. Ma anche a livello locale la politica è l'arte del possibile. Nel nostro caso quella di far apparire, tra i miliardi di configurazioni possibili che le macchine non banali ci offrono, quella realizzabile, capace di assumere la forma giusta sia nello spazio fisico dei luoghi, sia in quello virtuale delle reti e dei flussi globali.

 
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